sabato, gennaio 22Istituto Giorgio Vasari Magazine

Arendt: quanto è profondo il Bene?

Alcuni studenti e studentesse del Liceo scientifico di scienze applicate dell’Istituto hanno partecipato alle gare di Olimpiadi di filosofia con un saggio filosofico elaborato a partire da alcune tracce scelte dalla commissione dipartimentale di filosofia, rispettivamente dalle docenti Maddalena Mancini e Agata Maugeri.

Qui di seguito riportiamo uno dei due saggi che ha ricevuto la menzione d’onore e svolto dalla studentessa Alessia Perillo della classe 3BLA. La traccia di indirizzo politica è la seguente:

“È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.”

(Hannah Arendt, La banalità del male)

Il pensiero, e soltanto questo, rende l’individuo un soggetto capace di azione morale, quel processo razionale in grado di rendere manifeste le ragioni che si celano dietro alle proprie azioni e che permettono a ogni persona di agire secondo bene. Facendo riferimento al testo e dialogando con altri filosofi che conosci, argomenta questa affermazione. 

 

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La filosofa Arendt ritiene che il male possa solo definirsi estremo e che unicamente il Bene possa essere radicale ed avere profondità, ma, affinché si possano etichettare male e Bene come estremo e radicale occorre anzitutto, indubbiamente, definire questi due aggettivi e queste due entità. 

Spesso “radicale” ed “estremo” vengono definiti similmente, basti fare riferimento alla politica (le idee più radicali sono promosse da partiti di estrema destra o sinistra), tuttavia alcune sfumature di significato possono radicalmente, per l’appunto, differenziare questi due termini. 

Se per “estremo” si intende tutto ciò che sta al limite, allora sì, il male è estremo: è l’estremo della cattiveria umana, e si fa del male in casi estremi.

Se per “radicale” si intende tutto ciò che è profondo, che si radica nelle menti, che si insinua dalle radici al corpo, allora il Bene è radicale, ma potrebbe esserlo anche il male. Occorre perciò capire in che senso il Bene sia radicale e il male non lo sia. Il male “Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie.”, quindi, essendo solo ciò che appare delle radici del fungo, non è profondo, e, non facendo parte delle radici, ma solo prendendovi nutrimento, non è radicale. 

Avendo definito cosa sia estremo e cosa sia radicale, e cosa siano Bene e male basandoci sulla definizione di Hannah Arendt, si può dunque passare ad esplicitare la ragione per cui queste definizioni appaiono corrette. 

Per prima cosa, semplificando al massimo il processo di estrazione del petrolio, e dei minerali in generale, si potrebbero immaginare il pensiero, inteso come capacità umana di pensare e di usare la ragione, come la trivella, il Bene come il petrolio e il male come il terreno che si interpone tra la superficie e l’oro nero. Quando il pensiero comincia a svilupparsi, in modo non diverso dalla trivella che comincia a ruotare su stessa, si trova in aria, non è a contatto con il male e nemmeno come il Bene, ma sa già che il suo obiettivo è quello di perforare il terreno, oltrepassare la superficie e raccogliere il petrolio. Questo è il pensiero umano che comincia a svilupparsi, rendendosi conto del suo grande potere, della sua forza e delle sue infinite possibilità, le quali, come sembra ovvio, dovrà imparare a sfruttare. La trivella si avvicina poi al terreno, sempre di più: sviluppandosi e crescendo, la ragione comincia a prendere consapevolezza di sé e, al contempo, si ritrova sempre più in prossimità del male e del Bene, il quale non è, però, visibile, poiché ancora offuscato dal male. La trivella, sempre ruotando, e quindi il pensiero, sempre pensando, o credendo di pensare, tocca il terreno e comincia ad esplorarlo, rendendosi conto che è molto solido, e per tale motivo giungere all’oro nero disperderà elevate quantità di energia e di tempo. A questo punto si pongono due casi: la trivella deciderà di andare in cerca di un altro pozzo petrolifero, oppure continuerà, imperterrita, a scavare dove ha iniziato. 

Nel primo caso, può darsi che decida di non spostarsi di molto, e questo lo si può dedurre dal momento che, pur essendo a conoscenza della presenza del petrolio proprio sotto di sé, ha deciso di non sprecare le sue energie con un terreno così duro; pertanto, non le consumerà nemmeno a cercarne uno più lontano. Ricomincerà a scavare trovando la stessa situazione della volta precedente, di nuovo si sposterà in cerca di un vicino terreno più facile da scavare e così all’infinito, ammesso che non decida, almeno una volta, di portare a termine il suo lavoro. A priori, tuttavia, si è escluso che non si sarebbe mossa di tanto per cercare un diverso terreno, ma, ora, si consideri anche questa ipotesi. Mettendo caso che la trivella abbia trovato un terreno meno solido da scavare, lavorerà sicuramente con più lena e, allora, può darsi sia che trovi il petrolio (ma in tal caso sarà meno di quel che avrebbe potuto trovare se avesse terminato il suo lavoro nel pozzo petrolifero iniziale per poi, successivamente, spostarsi) sia che esso sia troppo in profondità e di conseguenza, come all’inizio, per salvaguardare tempo ed energia, decida nuovamente di spostarsi.

Nel secondo caso, invece, la trivella impiegherà tutte le sue forze e troverà la sua ricchezza, dimentica del lavoro che quella ricchezza stessa ha impiegato. Il pensiero ha, quindi, bisogno di allenamento per giungere al Bene. A conferma di questa tesi interviene la necessità della cura dell’anima sostenuta da Socrate e da Platone, e, come cura dell’anima, potremmo considerare il processo di estrazione, il quale ha stancato la trivella, ma l’ha portata verso la felicità. 

Prendendo nuovamente in analisi il primo caso, la trivella lascerà dietro di sé un terreno disseminato di buche, nel caso non porti mai a compimento, per un motivo o per l’altro, la sua missione. Queste buche altro non sono che strade di accesso al Bene sbarrate dal male, scavate da un pensiero il quale non ha saputo guardare oltre, di un dormiente, come avrebbe sostenuto Eraclito. Queste buche sono da interpretarsi come i funghi citati dalla filosofa. 

La trivella che, invece, si è accontentata del petrolio trovato nel secondo pozzo è emblema di una ragione che, appunto, si accontenta della ricchezza, della felicità che ha trovato, senza andarne continuamente in cerca, come si addice, invece, ad un pensiero che non dorma; potremmo definirla una ragione in dormiveglia, la quale, per altro, può continuare a vivere in questo stato, può addormentarsi completamente (e allora non sarà più in grado di svegliarsi da sola, essendosi il sonno e la pigrizia impossessati di lei) oppure può svegliarsi da questo torpore e trovare la sua vera felicità.

Nel secondo caso, il pensiero è decisamente sveglio, come lo avrebbe definito Eraclito, e la sua determinazione è ricompensata dalla ricchezza trovata, la quale, tuttavia, non sarà duratura, quindi occorre che quest’anima sia sempre pronta a lavorare, senza farsi risucchiare dal torpore precedentemente citato. 

Da questa analogia con un avvenimento più o meno quotidiano si può ricavare la correttezza della tesi di Hannah Arendt. 

L’anima e il pensiero umani tendono sempre al Bene, a raggiungerlo, come Platone confermò nel “Menone”, affermando che l’anima ha ricordo delle Idee e della perfezione ammirate prima di reincarnarsi e che essa ha sempre la volontà di elevarsi per osservarle nuovamente. Quando si commette del male si forza il pensiero, lo si ostacola nel raggiungimento della felicità e lo si intrappola nel torpore della pigrizia, impedendogli di esprimere e migliorare sé stesso. E commettere del male vuol dire, pertanto, non essere arrivato a conoscere il Bene, perché nel caso lo si fosse conosciuto il pensiero avrebbe continuato a scavare, a lavorare per conoscerlo sempre di più (a conferma di questa tesi interviene, nuovamente, Socrate, il quale affermava che non si può fare del male se si è conosciuto il Bene). Il male diventa, ed è, dunque, una forma di ignoranza, la quale ha sempre come cause una mancanza di curiosità e un eccesso di pigrizia). 

“Nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla”. Il male, quindi, in realtà è nulla, è un vuoto di conoscenza e di consapevolezza, che si stende come un velo, come un tappeto di funghi, sul terreno. “Non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca”. I demoni hanno radici divine, nacquero come dei e, risucchiati da quel nulla che è il male, diventarono essi stessi l’emblema della cattiveria. Pertanto i demoni non sono male essi stessi, sono stati trasformati dal male, e il male non è demoniaco, esso è solo contrario al Bene, e se quest’ultimo, come Platone affermava, è l’Idea somma si può, dunque, affermare che sia tutto, per cui il male è niente. 

D’altra parte alcuni sostengono la tesi sofistica e il suo relativismo. Ammettendo che il male e il Bene fossero relativi, allora non si potrebbe mai dire per certo che la felicità e la sua ricerca siano il Bene e il torpore e la tristezza, ad esempio, siano il male, ma si ritiene, e giustamente, che lo siano; pertanto i valori non sono relativi. E ancora, ammettendo che, come Gorgia sosteneva, l’uomo non avesse controllo della sua vita, allora egli non potrebbe scegliere di adoperarsi per ricercare l’uno o l’altro, ma, come sopra si è detto, il pensiero tende sempre al Bene e viene a volte ostacolato: si deduce, quindi, che ostacolare e bloccare nel male il pensiero sia una scelta, dettata appunto dall’ignoranza. Tuttavia, quest’ultima è controllabile e sanabile grazie alla conoscenza e alla curiosità, e la mancanza di curiosità è essa stessa una scelta, se ben ci si pensa. Per cui, l’uomo è in grado di scegliere, in ogni caso, di seguire la sua natura e perseguire il Bene oppure di intorpidirsi e fare il male. 

Inoltre, ammettendo che il Bene non fosse profondo, si avrebbe che o lo è il male o, essendo il male superficiale, che esso sia nulla. Se il male fosse profondo esso sarebbe radicale, e allora si nascerebbe con l’intenzione di commettere il male. Se il male si mantenesse superficiale, ma il Bene non fosse profondo, si ammetterebbe l’esistenza di uno spazio vuoto che solo dal male può essere occupato, essendo impossibile che esista una terza entità (la quale è inesistente per il principio del terzo escluso o non è nota agli uomini, per cui questo principio non sarebbe valido), e si affermerebbe che il Bene debba, allora, essere superficiale insieme al male. Tuttavia, essendo essi due cose distinte e, come si è detto prima, uno il contrario dell’altro, sarebbe impossibile che fossero la stessa cosa, per cui il Bene si ridurrebbe ad essere nulla. Invece prima si è detto che il male è nulla e che esso è, appunto, contrario al Bene, il quale, di conseguenza, è necessariamente tutto. In più, se anche si volesse ammettere che esista una terza entità, allo stesso modo non esisterebbe più spazio per il Bene, il quale, nuovamente, sarebbe niente. 

In conclusione, si è quindi dimostrato che il male è superficiale e il Bene è profondo. Essendo superficiale, quindi, il male cresce spontaneamente ed è per questa ragione riconducibile all’erbaccia, la quale cresce in tempi rapidi e toglie nutrimento alle piante più belle. È quindi per questo che il male è banale, perché esiste solo in funzione del Bene e a conferma del ruolo di quest’ultimo nella società, e perché le menti più sveglie si adoperino per oltrepassarlo, allenando sé stesse, e aiutino poi le menti dormienti a fare altrettanto, permettendo loro di liberarsi dal torpore, dal quale, come prima si è detto, non possono salvarsi da sole. 

 

Testo a cura di Perillo Alessia 3 BLA

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