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Arendt: il male e la sua banalità

Alcuni studenti e studentesse del Liceo scientifico di scienze applicate dell’Istituto hanno partecipato alle gare di Olimpiadi di filosofia con un saggio filosofico elaborato a partire da alcune tracce scelte dalla commissione dipartimentale di filosofia, rispettivamente dalle docenti Maddalena Mancini e Agata Maugeri.

Qui di seguito riportiamo uno dei saggi che la commissione dipartimentale reputa meritevole  e  svolto dallo studente Alberto Benedetti Pasquini della classe 5 BLA. La traccia di indirizzo politico è la seguente:

“È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.”

(Hannah Arendt, La banalità del male)

Il pensiero, e soltanto questo, rende l’individuo un soggetto capace di azione morale, quel processo razionale in grado di rendere manifeste le ragioni che si celano dietro alle proprie azioni e che permettono a ogni persona di agire secondo bene. Facendo riferimento al testo e dialogando con altri filosofi che conosci, argomenta questa affermazione. 

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Il passo è tratto da La banalità del male, opera scritta dalla filosofa tedesca Hannah Arendt in occasione del processo contro il criminale nazista Adolf Eichmann, uno degli ideatori della “soluzione finale” operata dai tedeschi contro gli ebrei. Arendt aveva assistito al processo, tenutosi a Gerusalemme, come inviata per conto del “New Yorker” e in questa occasione teorizza come il male estremo non sia un fenomeno che affonda le sue radici nel profondo dell’indole umana. Un male così esasperato e di così vaste proporzioni, come lo è stato quello che ha causato l’olocausto, non poteva essere soltanto frutto di un pensiero puramente malvagio dei gerarchi nazisti ma aveva necessità di un appoggio vasto, da parte di tutti e di tutto il popolo. Un appoggio così non può che essere incosciente, prodotto di una società non cattiva, come spesso vuole essere detto, ma quasi incapace di sviluppare un proprio pensiero e un proprio senso critico. Come scrive la Arendt, il pensiero vuole andare in fondo, vuole affondare delle radici che possono portare al Bene, in quanto quest ultimo ha profondità, non come il Male. 

Ecco quindi come mai la società tedesca ed europea in generale non si oppose più di tanto alla deportazione ebraica, di fatto il totalitarismo hitleriano aveva, nel corso della sua istituzione, modificato radicalmente il modo di pensare e di vedere la realtà da parte dei tedeschi, andando a creare una società civile incapace di avere una propria opinione e quindi di ribellarsi a ciò che il regime stava compiendo. Questo parziale annichilimento delle capacità cognitive fu raggiunto attraverso l’arma più forte di un regime totalitario: la propaganda. Essa rappresenta lo strumento principale del dispotismo in quanto colpisce direttamente la mente e avvia un processo alla fine del quale non si ha più una vera capacità di discernere il bene dal male, o meglio, quello che viene definito come giusto non vinee messo in dubbio attraverso i processi cognitivi. Si raggiunge così un completo appiattimento e sviluppando solo consensi all’interno della popolazione.

Il male è sempre stato un oggetto di studio da parte della filosofia e la riflessione di Hannah Arendt è una delle ultime posizioni sulla sua profondità e sul suo rapporto con la ragione.

Il male visto come assenza di pensiero fu teorizzato già in antichità dalla corrente ellenica dello stoicismo, che vedeva la ragione come unica arma produrre il bene e l’ignoranza era quindi sinonimo di male e di avversione verso la moralità. Questa visione è largamente rivedibile nella propaganda che, come detto, puntava ad annientare il più possibile l’influsso della ragione sui comportamenti. 

Seguendo questa argomentazione, l’uomo potrebbe in larga parte arrivare al bene, ma quanto questo è possibile? Come mai l’uomo allora compie il male, se la ragione ed il pensiero indicano un’altra direzione?

La risposta a queste domande non c’è e forse non ci sarà mai, tuttavia la filosofia ha provato a rispondere fin dall’antichità attraverso il problema della Teodicea, ovvero l’esistenza del male, a cui tentano di trovare una risposta numerosi filosofi, tra cui Sant’Agostino, che vedeva il male come frutto della scelta che Dio dava agli uomini. Questi ultimi sono liberi di scegliere seguendo la propria volontà morale in quanto nella storia operano due tendenze maggiori, fare il bene e fare il male. Si fa il bene quando si segue la caritas divina mentre si opera il male quando si agisce seguendo la cupiditas, ovvero la brama di potere e ricchezze.

Ecco quindi che inizia ad emergere una componente non contemplata nella associazione pensiero-bene e ignoranza-male. L’uomo ha al suo interno anche altre componenti che lo spingono verso un’altra direzione. Una direzione personale.

Secondo San Tommaso, pensatore cristiano della Scolastica, l’uomo ha ricevuto da Dio la libertà di impiegare questa direzione, in quanto limitare l’uomo a solo il bene lo avrebbe privato della libertà di scelta e l’uomo deve essere sicuro di quale direzione prenderà, deve essere cosciente di volere il bene veramente.

Con San Tommaso abbiamo compiuto un passo avanti verso l’origine del maligno. Seppur ancora legati all’esistenza di Dio, adesso ci stiamo protendendo verso la completa coscienza dell’esistenza di una morale in quanto siamo liberi di scegliere.

Questa tesi viene fortemente sostenuta dal filosofo tedesco Immanuel Kant che scrive molto sulla moralità nella Critica alla Ragion Pratica. In questa opera, Kant ammette proprio che possiamo parlare di morale solo perché siamo liberi di scegliere ma l’uomo deve seguire un’etica rigorosa e fondata sul dovere. L’uomo deve seguire gli imperativi categorici, ovvero doveri senza condizioni che devono essere compiuti seguendo la regola del “tu devi”. Su questo si basa la morale kantiana, che deve essere incondizionata rispetto alle azioni morali, ovvero slegata da qualsiasi fine ultimo e fondata solamente sul dovere etico di compiere una determinata azione, senza essere schiava da alcun imperativo esterno. Il duro rigorismo etico professato da Kant scaturisce proprio dall’ammissione da parte del filosofo di un male morale insito all’interno di ogni uomo, un male morale che non può essere né distrutto né estirpato, ma che è radicato nella stessa esistenza dell’uomo e che fa parte della sua stessa natura. 

Questa affermazione del filosofo tedesco, apre a nuovi scenari che furono studiati dal padre della psicologia: Sigmund Freud. Secondo il pensatore austriaco, la psiche dell’uomo presenta al suo interno una componente pulsionale, che lo spinge ad assecondare i desideri personali per raggiungere la felicità, senza curarsi della moralità. Questa è una componente nascosta e rappresenta il lato oscuro e maligno della natura umana, che viene domato e messo a freno dalla società e dalla psiche umana.

Siamo così arrivati in fondo a quello che potrebbe essere descritto come una sorta di Dialettica del Male, in quanto anch’esso si è evoluto all’interno della storia insieme all’evoluzione dell’uomo e queste non sono altro che delle figure, testimoni delle diverse tappe che la valutazione del male ha vissuto. Siamo partiti con un male dato dall’assenza di razionalità e abbiamo finito con un male insito in ogni uomo, che deve essere gestito e regolato profondamente dal pensiero. È così che la visione della banalità del male di Hannah Arendt si concilia con il male presente in ogni uomo; senza il pensiero e la razionalità che lo tengono a freno, si ottiene il sentimento principe del male: l’indifferenza. Questa è la traccia dentro di ognuno di noi del male, in quanto è un sentimento naturale, che non può essere ne combattuto ne sconfitto. 

Questa è la complessa natura umana, unione di male e di bene.

Testo a cura di  Alberto Benedetti Pasquini 5 BLA

2 Comments

  • Stefano Simonetti

    Complimenti allo studente Alberto Benedetti Pasquini (classe 5^BLA) che, con il suo elaborato sul male, la sua banalità e dintorni, ha risvegliato in me l’interesse per questa domanda di fondo legata a tante pagine di storia, di letteratura e di cronaca. Ogni giorno siamo chiamati dalle circostanze della vita a una scelta: vivere o campare. Chi vive è una persona sveglia e gli svegli filosofano; chi sceglie di campare è un dormiente e come tale non filosofa. L’autore di questo tema-riflessione appartiene ai primi perché, per come ha affrontato la tematica in questione, dimostra di voler vivere da sveglio, di essere un uomo, un cittadino del proprio tempo capace di confrontarsi con problematiche come la vita, il dolore, il male. Gli auguro di continuare a coltivare la Filosofia, cioè a dare delle risposte ai problemi che via via incontrerà negli studi universitari, nella professione che sceglierà, appunto perché, a certi livelli, le domande dei singoli ambiti disciplinari e professionali incrociano sempre le domande della Filosofia.

  • Enzo Cacioli

    Ottimo! E mi congratulo vivamente con Alberto. C’è un futuro di speranza che i giovani stanno aprendo difronte a noi!

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