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Epicuro: la filosofia non è giovane né vecchia, così la felicità.

Alcuni studenti e studentesse del Liceo scientifico di scienze applicate dell’Istituto hanno partecipato alle gare di Olimpiadi di filosofia con un saggio filosofico elaborato a partire da alcune tracce scelte dalla commissione dipartimentale di filosofia, rispettivamente dalle docenti Maddalena Mancini e Agata Maugeri.

Qui di seguito riportiamo uno dei saggi che la commissione dipartimentale reputa meritevole  e  svolto dallo studente Davide Andreini della classe 4 BLA. La traccia di indirizzo morale è la seguente:

“Non indugi il giovane a filosofare, né il vecchio se ne stanchi. Nessuno mai è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima, chi dice che l’età per filosofare non è ancora giunta o è già trascorsa, è come se dicesse che non è ancora giunta o è già trascorsa l’età per la felicità. Devono filosofare sia il giovane sia il vecchio: questo perché, invecchiando, possa godere di una giovinezza di beni, per il grato ricordo del passato; quello perché possa insieme esser giovane e vecchio per la mancanza di timore del futuro. Bisogna dunque esercitarsi in ciò che può produrre la felicità: se abbiamo questa possediamo tutto; se non la abbiamo, cerchiamo di far di tutto per possederla.” 

(Epicuro, Lettera a Meneceo) 

La filosofia non è solo speculazione astratta, ma è vita pratica che condiziona e indirizza la nostra esistenza. Partendo dalla lettera di Epicuro e dialogando con altri filosofi, argomenta questa affermazione. 

 

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Filosofare cercando ciò che può produrre la nostra felicità, ciò che può rendere duraturo quell’attimo finito del presente.

Partendo dal presupposto che niente è eterno per delle creature mortali, l’uomo vive la sua esistenza cosciente del fatto che essa prima o poi dovrà finire e, per sfruttare al meglio il tempo a lui concesso, basa la sua esistenza sulla ricerca di ciò che lo rende felice.

 La felicità rappresenta tutto per l’uomo “se abbiamo questa abbiamo tutto” e si trova anche in qualsiasi cosa perché, come si evince dai diversi pensieri e le opere di artisti, letterati e filosofi di ogni tempo, non tutti gli uomini hanno la stessa concezione di felicità ed ognuno la trova in qualcosa di diverso. In questa varietà risiede l’unicità della felicità che tuttavia non la discosta  dalla sua dimensione: il tempo. Essa non è eterna perciò chiunque riesca a trovarla sfrutta al massimo il momento presente per renderla eterna. Sant’Agostino parla del tempo come “distensione dell’anima” che, attraverso il ricordo, l’attenzione e l’attesa, coglie, vive e anticipa il tempo proprio perché, in accordo alla teoria delle idee di Platone e in quanto neoplatonico , l’anima è eterna e incorruttibile. Sulla Terra, a differenza che sull’Iperuranio, l’anima è soggetta a corruzione, causata secondo il pensiero eracliteo dal continuo divenire, che la allontana dalla sua purezza. La felicità attraverso il dialogo, quindi la filosofia, riesce a purificare l’anima, ad allontanarla dai beni effimeri della vita terrestre inoltre, rendendo gli attimi presenti eterni, rende l’anima di nuovo imperitura.

La citazione della traccia appartiene ad un filosofo, Epicuro, che ha fondato il suo pensiero, sulla felicità, fondendola con il piacere e definendola assenza di dolore nel corpo e nell’anima. Nel pensiero epicureo è fondamentale riconoscere l’importanza della virtù, similmente a quanto fatto dai massimi pensatori Socrate, Aristotele e Platone. Il pensiero dei tre è stato espresso per la maggior parte a voce proprio per l’assoluto potere della parola, la quale mediante il dialogo scova la verità facendo emergere il giusto, in tutte le sue sfaccettature, dalla ragione oppure il torto fino a ciò che ci rende veramente felici, non a caso la scuola epicurea era un giardino nel quale si dialogava all’aperto.

Epicuro riconosce la varietà di strade per ascendere alla felicità e proprio per questo ne sconsiglia alcune, una tra tutte la politica, che può risultare come la ricerca di fama e denaro, di piaceri innaturali ed in definitiva abbassa lo stato morale dell’anima. Il filosofo  riconosce perciò dei piaceri (= felicità secondo Epicuro) più o meno nocivi all’integrità morale, tra tutti l’assenza di dolore come piacere più alto. Tale tesi può essere ricondotta anche al pensiero dallo scienziato e filosofo francese Blaise Pascal. Pascal, in accordo con la dottrina giansenista, riconosce che il male risieda nella natura e poiché l’uomo fa parte della natura, esso è continuamente soggetto al male. La tecnica del divertissement, similmente al tetrafarmaco di Epicuro, allontana l’uomo dal male, lo avvicina perciò al bene primario: l’assenza di male. 

Molti, soffermandosi sulla classificazione dei piaceri pensata da Epicuro, hanno affermato tesi differenti, basti pensare ad uno dei maggiori politici rinascimentali, il letterato fiorentino Niccolò Machiavelli. Machiavelli espone attraverso il linguaggio amareggiato de “Il Principe” un senso di turbamento ed infelicità data dall’esilio da Firenze e l’esclusione dalla vita politica. Il letterato espone in maniera chiara, lucida e razionale la sua tesi riguardante la politica -analizzata come la ricerca del bene dello Stato attraverso atti anche immorali- e dal suo linguaggio comprendiamo come essa possa rappresentare lo stato di quiete per l’anima di Machiavelli. 

In conclusione si evince che, come non esistono beni primari o secondari, non esistono criteri universali in grado di scegliere felicità più o meno nobili o più o meno morali. Essa, per la sua varietà di forme, fuoriesce dagli schemi dei costumi morali dello stato e può solamente essere controllata dalla ragione. La ragione può discerne quanto un tipo di piacere piuttosto che un altro rientri all’interno dell’idea di bene e giustizia, permettendo al singolo di raggiungere la felicità senza ledere il raggiungimento altrui. In secondo luogo, la ricerca della felicità non può terminare poiché conduce ogni individuo ad una condizione di bene interiore dalla quale, non è solo il singolo a beneficiarne, ma ne beneficiano tutti. Secondo Socrate il bene può essere insegnato da coloro che conoscono l’idea di giustizia, identificati da Platone nei filosofi. Nel disegno di stato utopico formulato da Platone la parte fondamentale sono proprio i filosofi che compongono l’aristocrazia i quali, dotati di ragionevolezza e buon senso, sono dediti al governo della città, perciò all’insegnamento del bene. In conclusione la ricerca personale della felicità, benché sia un percorso interiore, può essere indirizzata da persone che conoscono l’idea di bene nella quale risiede la felicità.

 

Testo a cura di Davide Andreini 4 BLA

 

 

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